L'Inferno necessario

 

L'arte non è un oggetto da ammirare e da studiare ma un modo di fare e vedere le cose. Da questa semplice idea è nato “Manifesto Brut” a cui ha aderito un gruppo eterogeneo di artisti, una comunità subalterna capace di infrangere la linea di anni e anni di resoconti ufficiali che hanno sempre riportato una visione parziale degli avvenimenti. Uno dei più importanti enunciati teorici di Manifesto Brut si propone di disarticolare la coalizione del sistema dell'arte che lega l'artista al critico e il gallerista al collezionista e che ha come conseguenza la sottomissione al mercato dominante. Conformità all'ideologia e al mercato hanno prodotto un silenzioso assenso, hanno compromesso il legame tra arte e vita. Questa visione ha portato l'arte fuori dalla vita e la vita verso qualcosa che non poteva essere restituita all'arte se non attraverso un'immagine stereotipa e sterile. La filosofia di Manifesto Brut si ripropone di mettere di nuovo l'uomo al centro dello spazio personale, quella bolla immaginaria che definisce ogni individuo, il suo esser-ci al di là dell'essere, il “Das-sein” rivalutato da Heidegger in Essere e Tempo, la zona di intimità in cui vivono il corpo e il suo linguaggio. In quest'ottica è compreso

un recupero della forma in cui l'arte allo stato “brado” faccia emergere i valori del segno, inteso come puro gesto esistenziale, e della materia capace di riassumere un senso. La centralità dell'uomo-artista porta a riconsiderare i rapporti tra storia delle immagini e storia del contesto al di là delle continue e taciute contaminazioni dell'arte che, oltre ogni limite di postmodernità hanno favorito il succedersi di operazioni pianificate più che di immagini. Essere al di fuori di questo sistema dell'arte, sia pure tra mille difficoltà, significa sottrarsi all'opacità della tradizione più recente, opporsi a un sistema critico che può dire tutto e non lo fa, decide di omettere e tacere addensandosi intorno ai pochi e noti poli delle tendenze emergenti a livello internazionale. La giusta critica al sistema non consiste, come invece ci si compiace solitamente, nel coglierlo in fallo o nell'interpretarlo in modo insufficiente, ma nel renderlo criticabile, parziale, circoscrivibile. La caratteristica principale dell'arte concettuale, e sua forte debolezza, è la stretta necessità di un contesto in cui esprimersi: la sua evoluzione dagli anni settanta ad oggi ha sviluppato un tipo di linguaggio che trasmette il suo contenuto solo attraverso una relazione molto stretta con il sistema entro cui è cresciuta. Quindi il significato

dovrebbe crollare miseramente svoltato l'angolo del contesto, degli elementi socioculturali che l'hanno generato. Per evitare questo processo di imbalsamazione precoce, di istituzionalizzazione, Manifesto Brut propone una pratica artistica alternativa svolta al di fuori degli spazi deputati, libera dalle gallerie, dal mercato e dalla storicizzazione. La rincorsa a un linguaggio internazionale dell'arte, alla citazione e alla pedissequa capacità mimetica

subordinata a un mercato aggressivamente connotato ha soffocato un'estetica legata alla cultura occidentale, ai principi eurocentrici.

L'accentuazione dei processi di omologazione cosmopolita ha reso sempre più incerti i confini identitari e rilanciato paradossalmente un bisogno di

riflessione sui valori delle culture nazionali. Globalizzazione e frantumazione particolaristica sono due facce della stessa medaglia, un aspetto delicato dei mutamenti in corso. Riunirsi collettivamente come hanno fatto gli artisti

aderenti a Manifesto Brut può essere un modo per confrontarsi con una molteplicità di differenze non ridotte a stereotipi? E se questo è possibile

come si porranno gli artisti di fronte alla proliferazione dei linguaggi dei media

e delle conoscenze tecnologiche sempre più invasive? E' questa la scommessa che vede gli artisti riuniti nuovamente in una mostra collettiva che coinvolgerà diverse strutture, spazi adibiti a laboratori e luoghi espositivi. Una riunione

non generica nonostante l'estrema moltiplicazione di personalità, stili, linguaggi. Nero Inferno è un progetto di mostra il cui imperativo categorico è quello di confrontarsi con le istanze, non solo artistiche più urgenti del momento, di trovare spiragli di infiltrazione cosciente nell'iperrealtà mediatica, di mettersi in relazione con problemi universali filtrati da un vissuto personale che ambisce a collegarsi ad energie collettive pur avendo a che fare con il proprio patrimonio visivo e immaginario. Gli artisti provenienti da diversi paesi, tuttavia legati in un modo o nell'altro alla realtà del nostro, appartengono a questo modello informativo reticolare che rimette in discussione le tradizionali dicotomie come “centro” e “periferia” e permette ai nuovi soggetti di avere voce, di dare importanza ulteriore alla necessità di collegamenti, alla costruzione di sinergie tra gruppi e individui. Ecco che l'opera d'arte si apre a nuove possibilità linguistiche, rompendo con l'oggetto inteso come merce, volgendo il discorso sempre più verso il frammento, le strutture minime, i codici linguistici, la discontinuità, l'interdisciplinarietà, i materiali poveri, il linguaggio del corpo, l'immagine fotografica.

L'arte di Manifesto Brut diviene documento, pratica, percorso, informazione e il problema del valore si sposta dal campo estetico a quello etico.

Il tema della Menzogna che ha connotato la mostra degli esordi sottolinea questa presa di coscienza nei confronti delle emergenze del mondo attuale in cui la verità va ricercata in quegli spazi finora inattraversati. La libertà che apre all'immenso di pensieri non ancora pensati, a quella contraddizione tra corpo e anima, a quello spazio sconosciuto che c'è in ogni uomo e che l'artista non riesce, se non molto raramente, a scoprire. Indagando il tema della Menzogna, in un mondo in cui tutti i media si sono uniformati a una unica e conforme versione dei fatti, gli artisti del Movimento Brut si spingono nell'indagine delle pieghe del negativo, un campo non ancora esplorato, e tentano di rivelare una nuova realtà che l'evento ha in sé: la totalità del quotidiano, il binomio tra arte e vita.

Siamo sull'orlo del disastro senza che lo si possa situare nell'avvenire, siamo sotto la sua minaccia e quindi impossibilitati a fermarci a qualcosa di definitivo, di pensare quindi a qualcosa di determinato. In questo spazio di

“Opacità malefica” (come l'avrebbe definito Baudelaire) si è rotto ogni

rapporto tanto con se stessi quanto con l'altro. Regna la differenza paradossale, l'opera è svincolata dalla sua necessità di esistere e il pensiero non analizza più l'individuo e la sua presenza nel mondo. Viviamo in una realtà quotidiana immersa nella menzogna, nel buio della menzogna

spacciata per verità e certezza: questa è la conclusione a cui sono arrivati gli artisti che hanno partecipato alla mostra “La Menzogna”. Gli artisti tutti insieme hanno realizzato che può esserci spazio per la rinuncia al possesso di sé, all'unità delle personalità in favore della pluralità. Non esiste più un sé

vero e proprio ma varie versioni tutte legittime di ciascuno. Siamo tanti individui, tanti ruoli, quante sono le situazioni e i giochi sociali entro cui siamo inseriti. Si può essere tanti individui potenziati in uno, si può vivere in un mondo in cui si partecipa a più mondi vitali. Dopo lo smascheramento della menzogna è necessaria la rivelazione, la scoperta. Scendere nell'Inferno per dissipare le tenebre, risalire lungo la grotta fino alla sorgente del fiume, scoprire cosa c'è nella profondità della terra e riportarla in superficie, alla

luce. Questo viaggio sotterraneo è la ricerca della propria origine. L'Inferno è necessario perché la verità di un fatto è ombra, è l'oscurità che non può essere rivelata che come tale. Il viaggio nel profondo dell'inferno è nell'offrirsi al rischio di non essere compresi, e , al limite, neppure capiti come uomini o come simili, allora è la terra a offrirsi senza nessun orizzonte e la pietra a coprire una vastità senza riferimento in una oscurità in cui la notte è senza il giorno. Qui il viaggiatore incontra quella parte dell'anima che è la meno spirituale perché è la più istintiva. L'anima-animale appunto. E istinto vuol

dire fondersi con gli elementi sotterranei, quelli più vicini al nostro inconscio, i pensieri sepolti nel profondo di noi stessi dove alla fine ciò che si trova è la giusta dimensione di sé. Nella profondità dell'Inferno va ritrovata la consapevolezza della propria spaesata e casuale esistenza sulla terra, il cui senso si mostra devastante nella sua vastità, nella sua totale indifferenza. Risalire il fiume Negro significa risalire verso l'origine, attraverso l'acqua impregnata dalla morte dove l'odore della menzogna è essa stessa corruzione e morte, in quella solitudine che costringe i nostri pensieri a non mentire più. Allora, ma solo allora, il viaggio diventa un'occasione per l'anima. Nell'Inferno non c'è contraddizione, manca il conflitto, tutto è dannazione: andare fino in fondo all'Inferno ci rivela quanto è breve nel nostro mondo la distanza tra il bene e il male e che catastrofe e salvezza possono anche essere questioni di punti di vista. Gli artisti di Manifesto Brut devono scoprire che il male, l'orrore non sono fuori di noi ma dentro di noi. La menzogna è dentro di noi, instillata profondamente, nelle trite parole di tutti i giorni, quelle parole che non vale nemmeno la pena di ripetere tanto sono ormai prive di senso.

Il viaggio nel Nero Inferno deve far uscire gli artisti dall'abituale e quindi dalle

loro abitudini per esporli all'insolito, per costringerli a capire. Il modo in cui le

rocce incombono sopra la testa, il modo in cui la stalattite si è formata nei millenni, il fiume si fa ansa e la terra si fa solco e il sole si congeda

all'orizzonte e che anche se arriviamo fin dove la profondità è vertigine e paura si può sempre salire a rivedere le stelle.

 

Maya Pacifico

   

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